I Ciassetti del Carneval

(Chi la fa l'aspetta)

Commedia veneziana in due parti di CARLO GOLDONI

Regia: Stefano Baccini

Personaggi e interpreti

Sior Gasparo, senser: Piergianni Paiuscato
Siora Tonina, muggier de sior Gasparo: Marina Bertoncin
Riosa, serva: Serena Guariento
Sior Raimondo bolognese, mercante de cànevi: Stefano Baccini
Siora Cattina, fia de sior Raimondo: Anna Maria Cappozzo
Sior Bortolo, negoziante: Stefano Dal Moro
Siora Cecilia, sorella de sior Bortolo: Carla Borile
Lucietta serva: Laura Peruffo
Sior Lissandro, mercante de zoggie false: Franco Fortin
Sior Zanetto, zovene venezian: Alessandro Sguotti
Missier Ménego, oste: Bepi Quaglio
Un garzone d’osteria: Andrea Pastorello
Una maschera: Giovanna Dima

Tempo di carnevale, a Venezia. Il sornione e godereccio venditore “porta a porta” Lissandro organizza una burla ai danni di Gasparo: fa imbandire a casa dell’amico sensèr (mediatore) un pranzo con una vivace compagnia di commercianti, al fine di far incontrare il buffo Zanetto con Cattina. In realtà Cattina è nelle mire di Bortolo, il quale con la complicità della sorella Cecilia, vuole donare alla giovane, per dichiararsi, un paio di orecchini (le bùcole). Ma un improvviso affare trattiene Gasparo fuori casa proprio quel giorno all’ora di pranzo; buon motivo per spedire la moglie Tonina a far finalmente visita alla mamma, con la serva Riosa. Il piano di Lissandro sembra dover saltare ma… uno scambio di chiavi, due porte di accesso alla casa, un paio di mogli “in prestito”, con la complicità del carnevale, ed il gioco è fatto! E siamo solo all’inizio dei ciassetti…

“Il merito principale di questa fra le cento e più commedie del teatro goldoniano non è l’intreccio, per quanto ingegnoso ed accorto, non la ricchezza di personaggi, ciascuno con nuove sfumature di vecchi caratteri, non è nelle scene d’antica vita borghese veneziana, bensì nel dialogo meraviglioso, dove il dialetto d’una Venezia estinta per sempre ritorna vivo, caldo, pittoresco, scintillante d’arguzie, ad allietare gli animi: un dialogo che da solo è arte ed allegrezza” (Giuseppe Ortolani).

Da tre anni esule volontario a Parigi, nel 1765 Carlo Goldoni (1707-1793) rappresenta con Chi la fa l’aspetta non soltanto “una delle ultime sere” del carnevale di Venezia, tema del suo celebre “addio” alla città nativa; ma un’intera giornata di ciassetti, cioè di scherzosi divertimenti: dalla genesi della burla ordita da Lissandro il mattino, alla cena e al festino offerti da Gasparo per “contraccambio” al variegato gruppo di mercanti, giovani innamorati e serve in grìngola.

La commedia conta una delle intitolazioni più bizzarre del repertorio goldoniano: dopo il debutto registrato come Chiassetto da carnoval, la prima edizione a stampa della commedia nel 1789 recita testualmente: Chi la fa l’aspetta, o sia La burla vendicata nel contraccambio fra i chiassetti del carneval. Ed è a quest’ultima parte del titolo, suggestiva ed intrigante, che è andata la nostra preferenza quale segno distintivo del presente allestimento, in occasione del terzo centenario della nascita del commediografo.
Sotto le apparenze di una burla carnevalesca, il testo è in verità un melanconico omaggio di Goldoni alla patria lontana e alla sua lingua materna; ai suoi mercanti e alle sue popolane; ai suoi tabarri, alle sue bautte (il tipico mascheramento veneziano) e… ai suoi piatti preferiti: proverbiale è la lista di pietanze snocciolata dall’oste Menego.
Non si cerchi in queste scene la critica sociale o l’introspezione dei personaggi dei capolavori goldoniani, noti aspetti della celebre “riforma teatrale”. Con i Ciassetti del carneval l’autore, al vertice della sua maturità, aggiunge una nuova dimensione, frizzante e maliziosa, al racconto drammaturgico, certo suggerita dal nuovo ambiente parigino, con l’uso originale di musiche e balli (solo accennati nella nostra messinscena).
Primi segnali di un’evoluzione che di lì a poco condurrà al vaudeville (apre a Parigi nel 1792 il primo teatro consacrato al genere). E pare già di sentire, di lontano, in un “crescendo” rossiniano, gli echi di un vicino Ottocento…

 

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